Im memoriam pacis
Osvaldo Maffei
Palazzo del Del Debbio

La scelta di fare una performance consistente nella deposizione di una corona commemorativa, in alloro fresco, con bossoli di ottone e fascia bianca su cui c’è la scritta dorata IN MEMORIAM PACIS, è dettata dal desiderio di fare chiarezza sui linguaggi della retorica che caratterizzano i riti e le cerimonie istituzionali. Il termine pace – descritto nei dizionari come una negazione, cioè come una situazione contraria allo stato di guerra – è di per se un “concetto astratto” che merita approfondimenti e ci impone di riflettere su che cosa sia veramente la guerra.
La domanda è se sia veramente esistito, in un mondo globalizzato, un periodo di vera concordia oppure no? Attraverso la sostituzione dei semi dorati, simbolo di fertilità, con dei bossoli calibro 223 Remington, ad uso venatorio e di precisione vagamente somiglianti alle munizioni della NATO l’immagine simbolica della corona d’alloro viene risemantizzata. L’opera nel suo complesso sta a significare la perdita e/o l’ assenza di un importante valore sancito dalla Costituzione Italiana, dalla Carta Unione Europea e dallo Statuto delle Nazioni Unite. Ci si chiede con coraggio se un valore cosi grande sia mai esistito veramente e compiutamente nella nostra realtà, e se negare questo dubbio non sia altro che una rimozione psicanalitica di massa delle nostre paure inconsce e profonde. E’ fortemente acclarata la data 1945, ricordata come la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio di un lungo periodo di pace (soprattutto in Europa), ma è stato veramente cosi? O forse proprio quella data a segnato l’inizio di un nuovo e difficile assetto geopolitico e storico intercontinentale, in nome della democrazia, che ancor oggi fa fatica ad assestarsi. Eppure da allora le cerimonie, i memoriali e le corone commemorative in ricordo della guerra, dei caduti, degli eccidi e delle distruzioni si sono sparsi nel mondo, anche se rari sono i memoriali della Pax ottenuta.
Il “Memoriale della della Pace”, la terribile madre di tutti i mausolei, costituita dalla Cupola dell’architetto ceco Jan Letzel, distrutta il 6 agosto 1945, dall’esplosione nucleare di Hiroshima, è una delle poche eccezioni che forse confermano la regola. Celebrare la fine della guerra esorcizza l’aspetto distruttivo e negativo dei conflitti, ma non incide minimamente sulle cause che producono e riproducono queste tragedie, cause che s’incarnano nell’essere multiforme della natura umana, con i suoi dubbi interiori, i suoi conflitti sociali e le sue zone d’ombra che forse solo l’arte è in grado di affrontare.

Nelle zone del fronte della prima guerra mondiale europea non è raro imbattersi in manufatti macabri, soprattutto croci, o vasi funerari, detti mirabilia. Essi sono realizzati con materiali riciclati provenienti dalle trincee, croci in ferro ottenute con schegge di granata, sostegni contorti, filo spinato. I bossoli in ottone di grande calibro, finemente cesellati con simboli religiosi e fiori vagamente Decò, ancor oggi fanno bella mostra nelle case delle Prealpi Alpine fra gerani, souvenir e rappresentazioni religiose polpolari. La Campana dei Caduti “Maria Dolens” di Rovereto, con i suoi 226.39 quintali di peso, rappresenta il culmine di questo tipo di arte. Ideata dal sacerdote roveretano don Antonio Rossaro, “per onorare i Caduti di tutte le guerre e per invocare pace e fratellanza fra i popoli del mondo intero” è stata fusa col bronzo dei cannoni offerti dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale. Inoltre non dimentichiamo che ancor oggi uno dei più famosi proiettili della storia è incastonato nella corona della Vergine al Santuario di Fátima: fu il dono di Giovanni Paolo II, per ringraziare la Vergine di averlo salvato dall’attentato di Ali Ağca in Piazza San Pietro del 13 maggio 1981.

Si ringrazia
Fioreria la Serra Rovereto
Via Don Antonio Rossaro, 38068 Rovereto TN

IN MEMORIAM PACIS
memoria e riflessione sul potere, ma anche anelito di pace e rinascita
Palazzo del Debbio
8 di novembre 2025
È passato più di un anno e mezzo dalla precedente mostra, intitolata Creare la Pace 2024, in cui era stata collocata all’interno di Palazzo del Debbio. La corona d’alloro con bossoli di proiettile in ottone e la scritta IM MEMORIAM PACIS è appassita ed il suo messaggio risulta ancora più potente, anche perchè non è cambiato molto da allora se non il numero di vittime e di caduti a causa della guerra.
Per questa seconda edizione dal 8 al 16 novembre 2015, l’artista riprende lo stesso tema, declinandolo in una nuova performance di rigenerazione attraverso il fuoco. Se prima il titolo “im memoriam pacis” si riferiva al termine immemore, il nuovo titolo “in memoriam pacis” riverisce al termine dentro la pace. Nel cortiletto interno, dietro il palazzo, la corona — ormai essiccata — verrà bruciata, e sul pavimento rimarranno le tracce carbonizzate di questo atto come testimonianza e monito, per ricordare le ferite ed i sacrifici di tutte le guerre.
Essendo una pianta sempreverde, l’alloro rappresenta la vittoria ed il trionfo che non appassisce; col passare dei secoli ha assunto anche il valore di riconoscenza duratura, origine probabile dell’uso di queste corone nelle commemorazioni dei caduti.
Nelle cerimonie in onore dei caduti in guerra, la deposizione della corona d’alloro, spesso intrecciata con nastri tricolori, diventa un gesto di riconoscimento collettivo e solenne di sacrificio dei caduti per la patria; la vittoria morale e coraggio dimostrato da chi ha dato la vita.
La corona d’alloro per gli artisti, simbolo antico di vittoria, rappresentava nell’arte classica e rinascimentale – da Botticelli a Raffaello – il genio e la gloria. Dal Romanticismo diventa emblema del martirio, ma è a partire dal Novecento, il secolo delle grandi guerre, che l’arte contemporanea ha cominciato a mettere in discussione il valore assoluto di questi principi, aprendo a una riflessione più umana e consapevole dei limiti retorici di tali simbologie.

Artisti come Joseph Beuys, Marina Abramović, Jan Fabre e Jannis Kounellis hanno utilizzato (o evocato) la corona d’alloro per riflettere sulla memoria, la sofferenza e la vanità della gloria.
Da simbolo di trionfo, nelle arti performative essa diventa segno di memoria, sacrificio e consapevolezza storica.
La vittoria morale sul tempo e sull’oblio non può prescindere dalla domanda interiore che si leva dalle vedove, dagli orfani, dai profughi, dai mutilati e dai reduci, che vivono nel dolore della perdita e nelle macerie e distruzioni provocate dalle guerre.
Bruciare la corona rinsecchita è dunque un gesto di memoria, sacrificio e riflessione sul potere, ma anche un anelito di pace e rinascita, che non dimentica i diseredati e i piccoli uomini, spesso oscurati dai grandi eroi della storia.

