Mancato evento causa Coronavirus
Marzo 17, 2020

In questi giorni avremmo dovuto presentare al gruppo di anziane e anziani di Rovereto coordinati da Milena Folgarait, il video documentario PAPA’ DARIO!, data l’attuale situazione, per ottemperare all’ordinanza della Provincia riguardo il Corona virus, non possiamo farlo, a seguire una mia riflessione a caldo su questa vicenda, consapevole che la situazione si evolve velocemente e stiamo tutti navigando a vista..

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PAPA’ DARIO! di Thomas Saglia. Fotografia: Andrea Bertoldi;Montaggio: Thomas Saglia e Giulia Micheli Zelig School for Documentary, Television and New Media – Il film racconta la storia e la vita del rapporto tra Osvaldo Maffei e l’anziano padre Francesco, soprannominato Dario, abitanti di un piccolo paese sopra Nogaredo sulla riva destra dell’Adige.

RIFLESSIONE

Incredibile situazione stiamo vivendo alle soglie del terzo millennio:  dal 31 dicembre 2019 quando il coronavirus fa la sua prima comparsa in Cina, a Wuhan, siamo piombati in un incubo planetario da film, forse percepito qui da noi, che non abbiamo conflitti e carestie da anni, come il peggiore, dopo le grandi guerre mondiali e la paventata guerra atomica che con le sue radiazioni minaccia di sterminare l’intera umanità.

Una pandemia di proporzioni incredibili, con una virulenza straordinaria, è apparsa dal nulla a partire dal continente asiatico ha invaso il resto del mondo, con L’Italia e L’Iran ai primi posti. Coinvolgendo ora anche gli altri continenti, compresi gli Stati Uniti D’America.

Se in Italia come in Cina la parola d’ordine è limitare i contatti sociali e in parte lavorativi-  per salvare e curare il maggior numero di persone e per evitare il picco di ammalati che metterebbe in ginocchio l’intero sistema sanitario – in altri paesi, come la Gran Bretagna, la Danimarca ecc. le strategie puntano più a salvare l’economia della nazione che le persone singole, sperando che la cosiddetta “Immunità di gregge”  (una specie di autoimmunità del dopo contagio)  possa far sopravvivere le persone più forti a scapito dei morti iniziali, dati ormai per scontati.

Qualcuno, me compreso, sostiene che quest’ultime siano politiche sanitarie alquanto discutibili, ma trattandosi di una malattia nuova staremo a vedere, come staremo a vedere quali saranno le conseguenze dell’inevitabile crisi economica che ne seguirà. La democrazia si basa sulle costituzioni che garantiscono i diritti, soprattutto dei più deboli. La tenuta dei sistemi democratici in Europa, ma non solo, è a rischio, e per me questo è il vero problema nel caso dovessero malauguratamente ripresentarsi nuove ondate di pandemia negli anni a venire.

Quello che appare più probabile è che a pagare il costo in vite umane, in entrambi i casi saranno soprattutto gli anziani, quella fascia di età maggiormente debilitata dal tempo, dalle malattie e dalle prove che la vita ha imposto loro. Qui da noi che apparteniamo ad una cultura latina e mediterranea è difficilmente accettabile “Perché la grandezza di una società si misura dal modo in cui tratta i suoi anziani. E una società che trasforma i suoi anziani in pezzi sacrificabili ha perso tutti i suoi punti cardinali.” ci dice la psicologa Jennifer Delgado Suárez.

La terza età, un tema questo a me caro, un tema che dovevamo affrontare nella presentazione del video “Papà Dario” che doveva essere fatta in questi giorni proprio ad un gruppetto di anziani del centro di accoglienza gestito dai servizi sociali del Comune di Rovereto.

Il film affronta la questione del passaggio del testimone fra un padre e un figlio, passaggio che metaforicamente viene rappresentato nel tradizionale rito della vecia da bruciare alla fine dell’inverno. Rito assai antico e diffuso in tutto l’Arco Alpino, ma anche in altri paesi del Sud e del Nord Europa. Un rito ancestrale che appartiene ai riti della luce invernale, quando nelle civiltà contadine si temeva il freddo e il mancato ritorno del sole che scalda la terra e la fa germogliare a nuova vita.

Nel nostro caso questo rito coincide con il carnevale di Noarna, durante le riprese si è svolto nel campo da Tamburello sul dosso accanto alla vecchia scuola, quella che ho frequentato per alcuni anni anche io mentre mio padre, come tutti quelli della sua generazione, si alternavano fra le canoniche Sasso di e Noarna.

Perché si è scelta questa metafora del fuoco sacrificale? Per due motivi: in primo luogo perché al regista Tom Saglia interessava centrare l’obbiettivo sul mio lavoro di Artista, sul lavoro artigianale di mio Padre (hobby delle marionette) e sul rapporto con la comunità in cui viviamo; in secondo luogo perché era interessato ad affrontare il passaggio generazionale.

L’escamotage di costruire una marionetta un po’ più grande del solito, con la mia supervisione, da bruciare in una delle più popolate e tradizionali feste del paese sembrava essere il tema migliore per sciogliere il primo nodo. Naturalmente attorno a questo vi è una attenta lettura del contesto: l’ambiente familiare, la casa, il paese le campagne limitrofe con anche alcuni aspetti che sembrano sfuggire al luogo, ma che appartengono alla storia individuale dei protagonisti.

Il passaggio del testimone, cioè quella modalità che nel confronto fra padre e figlio perpetua alle generazioni future sia l’eredità genetica che quella culturale è altrettanto importante nel film, lo si vede nel confronto di due mondi che si incrociano nella quotidianità. Per eredità culturale si intendono soprattutto le pratiche, le consuetudini, gli usi i costumi, le tradizioni, la religione che un padre trasmette ad un figlio.

Interessante è notare che proprio questo tema è al centro di un dibattito molto attuale che lo psicanalista, tra i più noti in Italia, Massimo Recalcati, ha descritto nel bel libro intitolato IL COMPLESSO DI TELEMACO, Genitori e figli dopo il tramonto del padre (2013). Che cosa ci dice Recalcati in questo libro? Una cosa molto importante dal punto di vista psicologico: al complesso di Edipo che “viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada.” subentra Telemaco che “aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni” per difendere lui e sua madre dai Proci. Il primo incarna la tragedia della trasgressione della Legge il secondo incarna l’invocazione della legge.

Tutti noi abbiamo trasgredito alle regole in qualche modo, è proprio questo atto che secondo Freud attraverso la necessità di uccidere il padre incarna la possibilità di divenire adulti. Ma che cosa succede quando il padre è assente ci chiede Recalcati. All’ira e al desiderio di sostituirlo per diventare adulti subentra la malinconia dell’attesa infinita che annichilisce il desiderio stesso.

Naturalmente la questione è molto più complessa, ci basti questo sunto per capire che il rapporto fa padre e figlio è molto cambiato in queste ultime generazioni. Quante volte abbiamo sentito parlare di assenza di un padre? Oppure dell’impossibilità che si ritorni alla dimensione patriarcale? Anche i protagonisti di questo racconto cinematografico, seppur non esplicitamente hanno vissuto questi dilemmi, lo si evince dalle cose non dette, dagli atteggiamenti, dagli sguardi, che magistralmente il regista ha saputo cogliere ed evidenziare attraverso la macchina da presa e il montaggio che non tralascia di esprimere queste domande e queste verità nascoste.

Però nel film nulla di ciò è esplicitato, infatti la scena è colta in un tempo successivo, quando ormai lo scontro si è affievolito ed i bagliori delle folgori Di Zeus ( l’inevitabile conflitto fa generazioni) lasciano il posto alle pallide luci del tramonto di un padre anziano seppur ancora pieno di voglia di vivere. Il Carnevale inoltre è lo stato ideale per confondere le acque e in cui invertire i ruoli: il padre diventa figlio – il figlio padre; la donna uomo – l’uomo donna; il servo padrone – il padrone servo.

La trasgressione, non quella prettamente edipica che affonda le sue radici nella tragedia, ma quella della legge che viene sovvertita è il culmine di tutta la parabola narrativa del film, si manifesta nel rogo in cui “el Vecio” o “la vecia” vengono immolati simbolicamente, per lasciare posto al nuovo divenire generativo. Si è scritto molto su ciò ed esemplare è tutto il lavoro di ricerca che ha fatto il Museo degli usi e costumi della gente trentina di San Michele All’Adige, che è consigliato visitare.

E’ molto interessante il fatto che a costruire questo feticcio siano i due protagonisti , padre e figlio in un rapporto di lavoro in cui i ruolo di maestro esperto e allievo neofita si confondono e si intrecciano pur restando fermo il principio che “è attraverso la testimonianza della propria vita , che la vita può avere un senso” dunque non è più necessario un padre padrone che dà ordini, che ha sempre l’ultima parola , ma egli è divenuto più umano ci guida attraverso l’esempio che contempla in sè l’errore ed anche i dubbi, di un mondo sempre più complesso.

“Il padre non è il detentore della Legge, non sa quale sia il senso ultimo del mondo, cosa sia, in ultima istanza, giusto e ingiusto, ma sa mostrare attraverso la testimonianza incarnata nella sua esistenza che è possibile – è sempre possibile – dare un senso a questo mondo, dare un senso al giusto e all’ingiusto.” (M, Recalcati 2013)

Concludo ricordando il bel film: “Pinocchio” del 2019, scritto e diretto da Matteo Garrone, un racconto che mi è stato donato in forma di libro dalla mia maestra il giorno della mia Prima Comunione, proprio in quella scuola che è il luogo principale del film Papà Dario. L’ho letto e riletto molte volte, come tutti noi, ma quest’ultima visione ancora una volta mi ha insegnato una cosa nuova che non avevo mai afferrato prima. Quando ad un certo punto della storia, nella pancia della balena Geppetto e il figlio toccano il fondo – peggio di così non poteva andare – ecco che, nel buio ventre della Balena, avviene il rovesciamento dei ruoli: mentre prima era Geppetto che cercava in tutti i modi di aiutare il burattino a crescere, in quel momento è Pinocchio che aiuterà il padre impaurito, indeciso e titubante, accompagnandolo per mano attraverso l’orrenda bocca dentata, caricando il povero e vecchio Geppetto sul suo dorso fra i flutti, prima dell’intervento del tonno che li riporterà sani e salvi a riva.

In questo rovesciamento di ruoli finalmente è permesso al piccolo burattino di diventare umano di crescere e poi diventare un ragazzo e forse infine un vero uomo. Intuivo che un episodio così forte dal punto di vista simbolico come il ventre della balena di Giona, dal sapore biblico, non fosse messo lì a caso da Collodi, ma mi era sfuggito forse non a caso, il senso di questo passaggio così importante.

Per concludere credo che in questo momento per tutti noi, così grave, come nella drammatica notte della caduta di Troia, quando Enea fuggendo dalla città in fiamme caricò il padre Anchise sulle spalle, il figlio Ascanio e la statua di Pallade Atena, protettrice della città, anche noi avremmo la forza di riconoscere nei nostri vecchi, il valore umano che essi hanno – al di là delle loro forze e della loro produttività economica. Se sapremo dare loro lo stesso valore che diamo ai nostri figli ed alle nostre divinità, nel limite delle nostre possibilità,  ponendoci nella relazione giusta di aiuto sincero e concreto, e se loro stessi sapranno cedere il passo accogliendo questo aiuto, allora forse la nostra società nonostante la tragedia in atto potrà compiere un ulteriore passo verso quella dimensione umana e democratica a cui tendiamo, e non verso  una società distopica (dys = “cattivo”, topos = “luogo”) che, in contrapposizione all’utopia, presenta situazioni e sviluppi sociali, politici e tecnologici altamente negativi.