Visita a Barbiana
Settembre 15, 2021

Il 29 agosto del 2021, quasi per caso e grazie all’amica Alberta Assandri che hanno scelto il Mugello per i nostri incontri annuali di danza, su suggerimento di Daniela Oggerino ho visitato la scuola di Barbiana, Vicchio FI.

Una visita che mi ha dato molto per quel paesaggio, quella tomba, quelle mura, quelle suppellettili, quei ricordi tramandati verbalmente di bocca in bocca; in sintesi quell’estrema SOBRIETA’. Un amore a prima vista che forse qualcuno riterrà anacronistico e tardivo dato che don Milani, nato a Firenze nel ’23 in una famiglia ebrea colta e facoltosa convertitasi al cattolicesimo per sfuggire allo sterminio nazifascista – è sepolto a Barbiana fin dal 1967. Di lui, nel bene e nel male, s’è già parlato molto in questi anni. Forse per questo il 4 settembre 2021 di li è partita la marcia “I CARE, da Barbiana ad Assisi per un nuovo Rinascimento europeo” lasciando peraltro qualche coda polemica.

Mugello

La dolorosa vicenda vissuta da questo prete, esiliato sui monti del Mugello da una chiesa arroccata sui suoi scranni dorati e i suoi libri in latino, sempre in difesa dei dogmatismi, degli interessi politici, del potere, ci tocca nel cuore. Un’intimità dettata non solo dall’ammirazione e dal suo metodo pedagogico verso quei ragazzini che ha educato amorevolmente: sostituendosi quale “precettore” ad una scuola latitante e incongrua nei confronti dei poveri è stato all’avanguardia su tutto. Oltre a questo però la sua vicenda incarna il messaggio profondo e sconosciuto di Gesù sfuggendo alla razionalità umana. Quella chiesa/casa/scuola è una piccola luce nel buio che seppe illuminare la sua coscienza le nostre consuetudini e forse anche quelle della scuola italiana e della sua stessa Chiesa che lo rinnegò per tanto tempo e ancor oggi non lo riabilita totalmente.

La sua appartenenza politica chiaramente orientata alle classi più deboli, non ha avuto il beneplacito della Democrazia Cristiana fiorentina di allora; d’altro canto molti maestri a sinistra lo invocano come maestro anche se la sua “fedele” appartenenza al corpo della Chiesa lo rese scomodo anche ad una certa sinistra.

Tralasciando il discorso didattico della sua scuola. il quale meriterebbe un intero articolo, molte cose emergono man mano che si approfondisce la figura di questo artista, intellettuale e profeta dai molti amici e nemici. Pierpaolo Pasolini non ne rimase indifferente, fu solo uno fra i molti che ne evidenziarono lo spessore umano e poetico, il rigore, la capacità innovativa, la fede sia in ambito cristiano cattolico post conciliare che in ambiti più laici e politici. I suoi libri e le commoventi immagini tratte dai video e dalle foto di un giovane ed mergente Oliviero Toscani ci dicono molte cose e non sarò certo in grado di aggiungere qualcosa di nuovo.

Barbiana

Eppure come molti della mia generazione, con qualche calvizie in più e la barba bianca, non possiamo fare a meno di sentirlo affine, famigliarmente vicino, fratello amico pur senza averlo mai incontrato. Soprattutto quelli che nella campagna italiana hanno passato la loro infanzia fra pluriclassi e lavoro nei campi. Io sono nato nel 1963 sulle pendici del Monte Stivo, quattro anni prima della sua morte, sono uno di loro: troppo giovane per aver vissuto pienamente il ‘68 e troppo vecchio per non avere subito l’influenza famigliare del dopoguerra rischiarata e temprata dal miracolo economico.

Come artista guardando le sue opere giovanili riconosco i turbamenti adolescenziali di una ricerca che definirei “fame di vita” sublimata dall’arte; come attivista Lgbti scopro che si parla – o forse si tace troppo – sulla sua presunta omosessualità (Giovanni Dall’orto pensa che il motivo sia quello di tenere una mina vagante negli archivi ecclesiastici pronta ad essere usata alla bisogna); come ex volontario nei più disparati mondi della cultura, delle dipendenze, della socialità ne condivido gli intenti, anche se capisco l’unicità della sua esperienza irripetibile.

Riguardo a quest’ultima osservazione ho però imparato da lui qualcosa di nuovo quando dice che i ragazzi preferivano la sua scuola riscaldata alla fatica del pascolare le vacche. L’educatore e il volontario non hanno nessun merito al riguardo se esiste un’ingiustizia da colmare: compassione e carità non sono virtù, i bisogni non sono colmati e soprattutto non nascono dal nostro impegno ma dalle urgenze che trovano risposte nel nostro agire. Vanno rimosse le cause di queste ingiustizie assieme e soprattutto attraverso l’educazione, scevra da proselitismi vari, facilitando la crescita di uomini liberi di costruirsi un avvenire.

Il Campanile di Sant Andrea

L’amore per Don Milani è l’amore per una persona che ha saputo lottare mantenendo fede ai suoi principi, qualcuno lo definì “duro e trasparente come un diamante” cosa assai rara di questi tempi di ambigue tattiche di sopravvivenza politica, nella confusione di un maremagnum di slogan, dichiarazioni, prese di posizione, vaniloqui che si smentiscono da soli giorno dopo giorno in un circolo vizioso infernale.

Ma chi sono oggi, in Italia, i poveri a cui insegnare la “parola”, ora che le scuole hanno fatto molta strada, i servizi sociali, il privato sociale il volontariato, i gruppi di mutuo aiuto, le organizzazioni sociali, i festival i mezzi di informazione hanno ormai saturato ogni spazio di manovra?

E’ una domanda difficile perché il contesto è cambiato. Le risposte politiche porterebbero a discorsi infiniti sulla globalizzazione sulla crisi dei partiti sul tramonto non solo della borghesia, ma anche su quel ceto medio che l’avrebbe secondo alcuni sostituita da una plutocrazia di pochi ricchi al cospetto di masse inermi. Oggi si aprono scenari inaspettatamente nuovi e complessi di difficile comprensione che forse disinnescano il potenziale rivoluzionario di don Milani.

La Piscina

Tento solo una risposta forse ingenua. Forse siamo proprio noi, che non vediamo quanta miseria il benessere ha portato nelle nostre case! Noi uomini che non vediamo la crisi globale dell’ambiente e della democrazia, la tremenda sconfitta dei naufragi in mare, dei femminicidi che ci lasciano indifferenti, noi genitori che allontaniamo sempre di più i diversi (solo perchè gay o lesbiche) dalle loro dimore seppur ancora troppo giovani e impreparati per affrontare il mondo. Noi politici che non accettiamo lo straniero neanche quando i loro genitori lo hanno partorito in Italia. Noi insegnanti che posponiamo i nostri piccoli diritti sindacali al benessere degli alunni e delle famiglie meno vantaggiate dimenticando che la salute collettiva è prioritaria a quella del singolo. Oppure noi madri e padri che invece li tratteniamo in un abbraccio mortale che troppo a lungo soffoca la loro intraprendenza.

Un Pannello nel Giardinetto della scuola

Sono troppi i ragazzi che finiscono nelle mani della criminalità soffrono di turbe depressive, di attacchi d’ansia, di dipendenze di vario genere che ormai fanno parte del nostro paesaggio postindustriale mimetizzati all’interno di una società cosiddetta opulenta in cui l’immaginario si mischia con il reale. Senza la capacità di parola non c’è giustizia ci insegna don Milani. Ce lo ricorda anche il Vescovo di Roma in visita alla sua tomba il 20 giugno del 2017.

Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità.” (https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/june/documents/papa-francesco_20170620_don-lorenzo-milani.html)